sabato 7 luglio 2012

Hands



Hands



Mani.
Adesso che ci pensa, sembra ovvio.
Sono sempre state loro, è sempre stato a causa loro, del modo in cui lei le muoveva.
Si era spesso chiesto, tempo prima, cosa amasse di lei; perché ne fosse così dipendente.
Soltanto ora, si rende conto di aver sempre avuto la risposta avanti, di aver sempre saputo.
Erano le sue mani.

Sottili,  candide, calde, forti nella loro debolezza; proprio come lei.
Amava stringerle, amava la sensazione che provava ogni qualvolta le toccava.
Quel calore, quella gioia, come se solo unite le loro mani riuscissero a completarsi.
Come se si fossero cercate per così tanto tempo...e sembrava semplicemente giusto.
Il vecchio uomo folle e la ex commessa bionda.Ed erano felici, a modo loro, quando le loro dita si sfioravano, accarezzavano, rassicuravano.
Mani che s’intrecciavano, mani che si cercavano, mani che s’incontravano e si stringevano, mani calde e dolci.
Erano mani coraggiose, le sue.Mani che guarivano il dolore, che tremavano di amore.
Era solo giusto, il modo in cui le loro si stringevano e si appartenevano.
Ormai conoscevano a memoria ogni segno, ogni callo, ogni graffio.
Avevano affrontato cose terribili insieme, eppure, ogni volta, per quanto difficile fosse, bastava che le loro dita s'intrecciassero, e già tutto sembrava meno buio.
Allora, a lui veniva in mente chissà quale soluzione brillante e lei sorrideva, ancora con le mani strette. E poi, a quel punto, si sa, si correva insieme.
E' per questo che adesso si sente così vuoto. E' per questo che si sente inutile.

-Dottore??!!- Le grida di Amy lo riscuotono dai suo ragionamenti. Lei è vicina, ma la sua voce sembra ovattata, distante.
Irrompe nella sala della consolle ancora urlando parole a lui comprensibili solo a tratti, finché gli si ferma di fronte.
-Tutto okay?- Chiede, preoccupata.
Per un singolo ed egoistico istante, il Dottore è tentato di rispondere che no, non è tutto okay. Che non è okay per niente.Che sta male.Che questa non è più la dimensione giusta, senza di lei. Che il TARDIS non è più casa da quando se n'è andata.
Poi il momento passa, e il Dottore si riscuote. E, suo malgrado, torna alla realtà. [Che è più dura, se lei non c'è]
-Certo, Pond.- Dice,- Io sto sempre bene- Poi sorride in modo convincente.
Amy annuisce e riprende a parlare a raffica, il Dottore, con dispiacere, si ritrova a pensare che lei se ne sarebbe accorta.
-Dottore?! Ma mi stai ascoltando?- sbuffa poco dopo Amy.
-Si, Pond- Risponde e stavolta cerca di concentrarsi sul serio su quello che dice- Andiamo!-

Si avvia verso il corridoio del TARDIS senza sapere neanche cosa deve fare e qual è il problema di cui si lamenta Amelia stavolta.
La ragazza lo segue, sicura come sempre che lui troverà un'altra geniale soluzione; perché è il Dottore, l'uomo con le risposte!
Lui sospira, si aggiusta il farfallino e, guardandole, si rende conto che le sue mani, adesso che lei non c'è, sono vuote e fredde.
Non ci sarà nessuno a stringerle e completarle, stavolta.
Così, con una strana tristezza, il Dottore infila le sue inutili mani nelle tasche, non trovando un'alternativa migliore.
E comincia a riflettere su una brillante soluzione. [Che non potrà essere poi così brillante, ora che non ci sono lei e le sue calde mani intrecciate alle sue]

( 09/10/2011 )

π


   π  
 
 


«π è un numero irrazionale, non può cioè essere scritto come quoziente di due interi[…]. 

Di conseguenza, è impossibile esprimere π usando un numero finito di interi. »


 
Riflettendoci,  Rick Castle era riuscito a giungere ad una sola ed unica conlcusione : la legge del TT.
Kate Beckett, la sua musa, non era altro che un TT.
Un numero unico, diverso dagli altri.  O, almeno, così la vedeva lui.
Sapeva essere coraggiosa, forte, determinata. Eppure, allo stesso tempo, era fragile, indecisa, spaventata.
Se aveva una certezza, era di non averla capita.
Riusciva sempre a stupirlo, questo era certo. Era affascinante. Più di una volta si era domandato come sarebbero stati loro due insieme. Solo per un momento.
Ma nella matematica non c'è fantasia. La matematica è realistica.
E Rick Castle sapeva bene che quella era un'equazione impossibile.
Lui era un numero razionale, ma Kate sconvolgeva tutti i suoi piani. Non poteva esserci un TT in mezzo ad un calcolo razionale.
Ma questo non l'avrebbe fermato dal tentare.
***
Era follemente, completamente, perdutamente, innamorato di Kate Beckett.
E questo era, ormai, un dato di fatto.
Quella donna straordinaria, quel cerchio in un mondo di quadrati, quel numero impossibile.
Non gli aveva detto neanche una parola, quella sera.
Erano andati a casa sua, dopo un caso particolarmente duro, e , senza sapere come o perché, Rick si era ritrovato steso sul divano insieme a lei.
Aveva provato in tutti i modi a farsi notare da Kate, senza successo.
Soltanto quel giorno, gli aveva afferrato la mano e lo aveva guidato attraverso quel calcolo indecifrabile.
E, adesso, si ritrovava a respirare sulle sue labbra, ad accarezzare la sua pelle  e ad essere sfiorato dai suoi improbabili capelli. Ora che ci pensava, di che diavolo di colore erano?
Castani, rossicci, chiari, scuri? Indefinibili. Unici, come lei.
La sola cosa che poteva dire con certezza, era che li adorava, pensò, vedendoli muoversi sulla schiena della detective.
Guardarla dormire stretta al suo fianco era stato, probabilmente, meglio della serata passata insieme.
Sembrava felice, adesso. Senza ripensamenti o dubbi. Avrebbe voluto guardarla per tutta la notte.
Ma il sonno si fece strada in lui e i suoi occhi, lentamente, si chiusero.

 
***
Appena sveglio, la prima cosa che riusciva a percepire era il suo profumo nell'aria.
Aveva allungato la mano, cercando quella di lei e, non trovandola, il primo dubbio era sorto nella sua mente.
Si era girato di scatto e il candore delle lenzuola era stato l'unica cosa a sorprenderlo, confermando l'iniziale timore. Lei non c'era. Lei se n'era andata.
Riusciva quasi ad immaginarsela. Molto probabilmente dopo essersi svegliata, si era resa conto di quello che era successo, si era pentita.
Si era vestita al volo, nel panico, senza sapere se scrivere un biglietto o lasciare che tutto fosse finito nel silenzio.
Confusa, riusciva ad immaginarla uscire di casa chiudendo la porta alle sue spalle. Piena di insicurezze, unica.
Rick sospirò e si rannicchiò su se stesso. Sapeva che sarebbe potuto succedere questo.
Non riuscì a frenare le lacrime, non importava quanto sembrasse stupido.
Per quanto lo riguardava, tutto si era fermato a quel momento. Tutto era nullo di fronte a quell'equazione impossibile.
A quel dannato TT.



«[…] è impossibile esprimere π usando un numero finito di interi, di frazioni e delle loro radici.»

 (14/12/2011 )

The first Christmas.

Oh, Doc

Questa va a  Thiliol, my Dear, spero di rifarmi così dopo tutta la tristezza che vi ho rifilato!





The first Christmas.









Per cominciare, il Dottore ha un piano.
Un piano decisamente geniale. Se fosse in una situazione "normale", adesso correrebbe da Rose a farsi dare un abbraccio di ricompensa, ma non può, siccome è lei la destinataria della "sorpresa" e sarebbe molto stupido informarla.
Perciò, con lo stesso sguardo intelligente, si da un abbraccio da solo.
Prepara tutto velocemente e, con un pò di difficoltà, riesce a sbattere fuori casa quella pazza di Jackie e il resto della famiglia.
Sa bene che Rose, da quando sono tornati, non è più la stessa. Certo, sorride, scherza, lo abbraccia, ma c'è sempre una sottile tristezza nel suo sguardo. E' invisibile agli altri, ma non riesce ad ingannare lui. Insomma, dopotutto è ancora il Dottore, no?
La neve ha ricoperto completamente Londra, il freddo e l'aria natalizia hanno riempito l'aria. Freddo. Davvero, queste nuove sensazioni sono proprio strane.
Certo, anche prima gli capitava di avere i brividi, ma quest0 gelo è tutt'altro. E' faticoso essere umano.

Quando Rose torna a casa, l'accoglie col suo sorriso migliore ed un cappello da babbo natale.
Lei ride.
  «Che cavolo fai?»
Lui muove la testa in un gesto solenne, che gli fa scivolare il cappello sul naso.
 «Festeggio il Natale, ti porto fuori.
»
Il suo sorriso stupito è la cosa più bella che abbia mai visto.




***




Ritrovare quella strada in questo "nuovo" mondo è stato abbastanza difficile.
Il vecchio Dottore aveva detto che erano molto simili, le due dimensioni. Beh, si sbagliava.
Le strade hanno nomi diversi e non sempre sono le stesse. E' proprio per questo che, quando lui la porta verso quel luogo, non lo riconosce ancora.
Poi arrivano e ferma l'auto in una stradina di periferia, la fa scendere.

 «Seguimi»
E, ancora con qualche dubbio, lei lo fa. (Il Dottore si ritrova a pensare, con dispiacere, che un tempo non avrebbe avuto nessuna esitazione)
Ma lo segue, comunque, fino al centro di una strada alquanto familiare.

Lui si avvicina e sorride.

 «Il primo Natale che abbiamo passato insieme, con questo corpo, ricordi?
» Lei annuisce e lui contininua,  « Avevamo appena sconfitto i sycorax.»
Rose sorride,  «Con pigiama, vestaglia e un mandarino », aggiunge.
 «Già
», Il Dottore la guarda, e lei capisce che non è più il momento di scherzare.
 «Quella sera, ti ho preso la mano e ti ho chiesto se volevi stare ancora con me. E tu l'hai afferrata con sicurezza, perché ero ancora il tuo Dottore. Quella è stata la prima volta che hai accettato questo corpo. Non sei fuggita, non mi hai ripudiato, no, non tu. Non Rose Tyler.
»
Le afferra di nuovo la mano, come a ribadire quello che sta dicendo.
 «Adesso è ancora una volta il nostro primo Natale. Ed io sono cambiato di nuovo. Lo so che è difficile, ma questa volta sono qui per te. Non me ne andrò, resterò lo stesso e sarò al tuo fianco.»
Fa una piccola pausa e la vede versare le poche lacrime che lo sono rimaste.
Le accarezza il viso e sorride. 
 «Che ne dici, Rose? Ti va di stare ancora con me?»
La ragazza sorride e il Dottore è sicuro di vedere distintamente, nei suoi occhi, ancora una volta, la certezza di essere accanto al suo Dottore.
Si allunga in punta di piedi e, per la seconda volta da quando sono insieme, lo bacia.
Lo fa semplicemente, dolcemente, allungando le braccia sul suo collo, mentre le sue le circondano la vita.
Quando si allontanano lo fanno di poco, restii dal mettere troppa distanza tra loro.
Il Dottore le afferra la mano e, guardandola negli occhi, vede distintamente quel rimasuglio di tristezza svanire definitivamente.
Avvicinandosi di nuovo alle sue labbra sorridenti, quasi come se fossero una calamita e lui fosse fatto completamente di ferro, le sussurra piano 
 «Buon Natale, Rose»
Più tardi, si ritrova a pensare che si, il piano ha funzionato alla grande.

(
23/12/11 )

Just an image in your head


X

Just an image in your head


Erano circa le tre quando lo sentì singhiozzare piano.
Era impressionante quanto anche una roccia come lui, di notte, si ritrovasse impotente e sofferente.
Per cosa, poi?
John Watson aveva combattuto la guerra.
John Watson aveva ucciso delle persone.
John Watson rischiava la vita ogni giorno, standogli intorno.
John Watson aveva sempre carica la sua pistola, preparato ad ogni evenienza.
Eppure, nell'oscurità della notte, anche l'ex soldato doveva arrendersi al suo più spietato e subdolo nemico: la sua mente.
Svariate volte durante il sonno, John cominciava a muoversi, tremare, sconfitto dalle immagini che il suo subconscio gli mostrava. Piegato in due dal dolore.
Sherlock, che praticamente non dormiva mai, se n'era accorto da quando avevano cominciato a condividere la stanza, circa un paio di mesi prima.
Quella sera, stranamente, i singhiozzi di John non si fermarono poco dopo e Sherlock lo sapeva: si può ignorare tutto tranne il cuore, i sogni e la memoria.
Decise di accendere la luce, tanto comunque non avrebbe dormito.
-Che cosa succede adesso, John?-, chiese.
L'uomo si asciugò le lacrime, ancora incapace di farsi vedere debole dal "compagno." (Era questo che erano adesso, no? Compagni.)
Si schiarì la voce.
-U-un incubo.-, disse, tirando su col naso.
Questa era una cosa che, nonostante tutto il tempo che aveva passato con John e il modo in cui era migliorato parlando di sentimenti, non riusciva a capire.
L'incubo erano un processo psichico inconscio che si compiva durante il sonno...ma allora perché? Perché il medico ne era sempre così scosso?
Sherlock sospirò, verso un singhiozzante John, che aveva rinunciato a darsi contegno.
-I sogni e gli incubi sono solo immagini nel tuo cervello.-, disse scandendo bene.- Non dovresti...-
Ma non riuscì a finire perché con suo fastidio, fu interrotto dalla voce acuta di John, che nel frattempo gli si era avventato addosso.
-Eri morto, Sherlock!Eri saltato giù da un tetto!!-
Questa poi!Pensò lui. Sherlock Holmes che si suicida, davvero John aveva creduto ad una cosa del genere?
Nel frattepo, il medico aveva artigliato il suo braccio e nascosto la testa nella spalla mentre, ritmicamente, strusciava il naso sul suo pigiama, bagnandolo con le sue lacrime.
Pensò che doveva farlo ragionare. Insomma, un po' di razionalità, andiamo!
-Non essere idiota, John.-Gli disse, senza preoccuparsi di usare un minimo di tatto. -Perché avrei dovuto saltare da un tetto?-
L'altro fermò il movimento della testa, e sembrò accigliarsi, ragionare. Finalmente, pensò Holmes.
-Forse...per volare?- fu la risposta strascicata e sussurrata del compagno, che era appena riuscito a fermare le lacrime.
Ah, perfetto. Adesso lo stava anche considerando un idiota.
-Assurdo! So perfettamente di non poter volare! Non sono un uccello!-
-Né un angelo.- intervenne lui, mentre le lacrime ricominciavano a riaffiorare insieme ai ricordi delle terribili immagini a cui era stato costretto ad assistere.
Sherlock, inevitabilmente, si ritrovò a sorridere con amore e a stringerlo tra le braccia a sua volta. (Un tempo avrebbe riso delle lacrime dell'uomo al suo fianco. Ma cosa gli aveva fatto, adesso? In cosa lo aveva trasformato?)
John si strinse ancora di più al suo corpo, accoccolandosi in modo che i suoi capelli gli accarezzassero il viso. Sherlock sospirò e ci lasciò un bacio, mentre sentiva il collo inumidirsi a causa delle ciglia bagnate del compagno.
-Sta tranquillo, John. Non salterò mai da un tetto. Era solo un incubo.-
Passò la notte a stringerlo, pensando che non si sarebbe stancato mai di consolare l'uomo che amava.
John, dal canto suo, si sentì a casa, semplicemente. Al sicuro e felice, protetto perfino da se stesso.
    

                                                                                                   ***


Anni dopo, nella stessa abitazione, John Watson si ritrovò a sorridere amaramente al ricordo di quell'episodio.
Solo, seduto sulla sua poltrona, circondato dal silenzio innaturale del 221b.
Non aveva più lacrime da piangere, John.
Non aveva più preghiere per un dio che l'aveva abbandonato.
Non aveva più vita senza l'uomo che amava e che, di lì a poco, si sarebbe trasformato in un ricordo.
Aveva soltanto quella poltrona e quel vuoto dentro che non sarebbe mai riuscito a colmare.
Chiuse gli occhi e, inconsciamente, si ritrovò a cercare l'unico modo attravero il quale gli era ancora permesso di vedere Sherlock Holmes, sogno o incubo che fosse. 
Avrebbe affrontato qualsiasi cosa pur di stare al suo fianco.
Sospirò, con la consapevolezza che, peggio del sogno che ti tortura la notte, c'è solo l'incubo che diventa realtà.
"Stop it, John. I will NEVER jump off a roof. It's just a nightmare. Just an image in your head..."

(08/04/2012 )

Alba

ECCOMI




A Sabrina, che è quella luce sfolgorante che mi da la forza di alzarmi ogni giorno.
La mia amica, la mia confidente, la mia alba, la mia metà perfetta.
Grazie per la dedica, Jimma.




Alba


L'alba ha una sua misteriosa grandezza che si compone d'un residuo di sogno e d'un principio di pensiero. (Victor Hugo)

John Watson sorride, quando i primi raggi di sole filtrano attraverso la finestra e gli illuminano il viso.
In altri tempi si sarebbe lamentato, avrebbe sbuffato, ma non oggi. Non più.

Ad est  il buio della notte lascia spazio ad una tenua luce, pennellate azzurre, rosa e viola decorano la linea plumbea del cielo.
Si muove lentamente, girandosi su un fianco osserva il compagno, accarezzandone ogni dettaglio, respirandone il profumo, assaporandone la presenza.
Fa passare gli occhi ovunque, come un forestiero che riscopre il piacere della città già conosciuta.
Batte le palpebre e si bea di questa visione unica, irripetibile.

Sherlock dorme. Il medico, incapace di distogliere lo sguardo, osserva.
Ai piedi del letto ritrova il mucchio disordinato di panni -che toccherà a lui sistemare-  che ieri si son strappati di dosso a vicenda, ansiosi e smaniosi di venire a contatto con la pelle dell'altro.
Il compagno sembra un tutt'uno con le lenzuola bianche, la sua pelle diafana si fonde con il bianco candido che li circonda. E' coperto fino alla vita in modo scomposto, accoccolato su se stesso. Le sue lunghe gambe ancora si distinguono in quella massa di pelle e cotone.
La schiena agile e chiusa nella fasciatura di ieri sera è scoperta e bellissima. Lo ha pensato anche stanotte, mentre s'aggrappava a quelle spalle con tutta la forza rimastagli, steso su questo stesso letto.
Il viso è stranamente rivolto verso di lui. Ha un'espressione corrucciata, come se il suo cervello non si spegnesse neanche mentre dorme, sempre frenetico, sempre in attività.
Le labbra dischiuse gli urlano di baciarlo ora, subito; si trattiene. Non deve e non vuole rovinare questo magnifico equilibrio.
Le lunghe ciglia coprono il ghiaccio di quei diamanti che ha al posto degli occhi;  si perde con lo sguardo nel groviglio scomposto di riccioli neri, riesce ancora a sentirli fra le sue mani.
Poi la luce del mattino, pallida, giovane, eppure così forte, arriva anche sul viso del consulting detective e John non può fare a meno di pensare che, accidenti, è davvero la creatura più bella che abbia mai visto. Perfetto, intoccabile, meraviglioso, affascinante, vicino e irragiungibile. E' in questi momenti che pensa che non sia neanche umano, ma il solo frutto dei suoi sogni.
Poi Sherlock apre gli occhi ed è come annegare nell'azzurro.
Lo guarda silenzioso, dandogli buongiorno così, come al solito, mentre John gli tocca i capelli, sperduto ed insicuro.
Spesso la bellezza di Sherlock fa perdere significato alle cose semplici e naturali come muoversi o respirare, lui non riesce  a fare altro che fissarlo, immobile.
Poi, il sole fa la sua comparsa e la luce inonda definitivamente la stanza: sorge un'alba meravigliosa.
Il mondo si riempie di delicati colori pastello, che sembrano volerlo consolare e accarezzare dopo questi tre anni di sofferenze grigio-scure.
-Buongiorno.- Sussurra Sherlock, ed è come sentire un'armonia.
-Buongiorno.-
John pensa che potrebbe abituarsi a questo genere di cose.
E, insieme a questa luce, questa stupendamente forte aurora, potrebbe rinascere anche lui.
John Watson rinascerebbe, come la fenice dalle sue ceneri e non sarebbe più solo.
Ci sarebbe Sherlock Holmes con lui, sarebbero insieme, illuminati dalla forza di una luce candida e splendente.

La forza di una nuova alba, di un nuovo giorno.


( 02/06/2012)

Notte. "I gelsomini notturni"

Questa, stranamente, mi piace. CLICCAAAAAAMI.

Notte.
"I gelsomini notturni."

"E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari."

[Pascoli, Il gelsomino notturno.]


Un gelsomino notturno.
John Watson è arrivato a questa conclusione, Sherlock non può essere altro.

Gelsomini notturni. Sono fiori strani, che si schiudono solo al calar della sera rilasciando un profumo intenso e inebriante. Il profumo del detective.
Dal canto suo, John è sicuro che, anche girando il mondo, non potrebbe mai trovare una fragranza così. E' unica, come l'uomo al suo fianco.

Nel linguaggio dei fiori il gelsomino è simbolo di grazia ed eleganza; lui pensa che non potrebbe esserci una definizione più azzeccata per Sherlock.
Sono esternamente freddi, questi fiori; si nascondono da tutto e da tutti alla luce del sole. Ma, in realtà, spesso la differenza tra "freddi" e "spaventati" è fin troppo sottile.
Lui è dell'idea che Sherlock sia ferito. Il gelsomino notturno, per quanto sembri invincibile nella sua corazza giornaliera, è in realtà caratterizzato da una delicatezza spaventosa.
Basta un soffio per far volare via i piccoli petali, così il bocciolo si richiude su se stesso, proteggendosi e nascondendosi da tutti.
E' pericoloso avere a che fare con un fiore del genere; si rischia di farsi del male. Perché i gelsomini notturni sono fiori instabili, folli, diversi, eppure così meravigliosamente belli che risulta impossibile non esserne affascinati. E così, a rischio di pungersi le dita o peggio, distruggere la corolla, qualcuno cerca comunque di afferrarli.
E qualche volta, raramente, il gelsomino risponde, e succede quello che nessuno potrebbe prevedere: cullato dalla tranquillità della notte ed accompagnato dal lento frusciare delle foglie causato dal vento, il gelsomino si schiude.
Ed è un'esplosione di colori e di profumi, un miscuglio indefinito e stupefacente che lascerebbe chiunque senza parole.
E' per questi momenti che lui vive. Quando la sera il cervello perde il controllo per lasciare spazio al cuore, quando i pensieri cedono per far spazio ai sentimenti, quando il consulting detective va via, lasciando unicamente lo Sherlock indifeso, quello che lo abbraccia senza motivo e quello che bacia l'intera notte, insaziabile, lentamente e languidamente.
In quei momenti in cui non sono più due persone, due uomini, ma 
una cosa sola. Gambo e corolla. Stelo e petali. Un unico corpo e un'unica anima. Loro due insieme contro il mondo.
Qualcuno definirebbe John Watson un masochista per essersi avvicinato così tanto a Sherlock Holmes, qualcuno già l'ha fatto...eppure lui non può fare a meno di ignorarli.
Perché ha già deciso che ne vale la pena, ogni singolo giorno.
John lascerà la loro unione fiorire imperturbabile, nel buio. Come i gelsomini notturni.



(16/06/2012)

Music seems to help the pain. Seems to motivate the brain.

Questamerdaccia è recente. Colpa della mia testa bacata che mi costringe a partecipare a stupidi giochetti.
AH.
Regole:
1- Scegli un personaggio, una coppia o un fandom. [Johnlock]
2 - Apri la tua cartella di musica e seleziona la modalità di riproduzione casuale, fai partire.
3 - Scrivi una drabble-flashfic che sia collegata alla canzone che sta andando. Hai tempo fino al termine della canzone per terminare la drabble: inizi con l’inizio della canzone e finisci quando finisce, niente esitazioni! Non importa quanto scombussolata è la tua drabble.
4 - Scrivine 5, poi pubblicale


Music seems to help the pain. Seems to motivate the brain.


Goodbye my lover- James Blunt 
 
Sei seduto sulla fredda poltrona blu nel tuo scuro appartamento. Troppo grande per una sola persona. Troppo vuoto senza di lui.
 
E non puoi dire di non essertelo aspettato, sapevi che prima o poi sarebbe finita. Speravi non in questo modo.
Sospiri lentamente, lacrime agli occhi, mani tremanti. Speravi comunque che durasse per sempre.
Ma lui se n'è andato improvvisamente, violentemente; s'è portato via i suoi occhi color del cielo, i suoi zigomi taglienti, le sue dita lunghe e affusolate, il tuo cuore.
Ti ha cambiato e l'hai cambiato, vi siete curati a vicenda, vi siete amati. Avete diviso il letto, i sogni e la vita. 
Lui era l'unico. Non crederai a quelle sue ultime parole né a nessun altro. E lo ami, nonostante tutto, nonostante le lacrime e le bugie, è sempre l'unico.
 
Ti stringi meglio sulla poltrona fredda, nell'appartamento scuro, troppo grande e, ti rendi conto solo adesso, tanto vuoto quanto te.
 
The scientist- Coldplay

Procedi velocemente, a passo spedito, dando un'occhiata qua e là ogni tanto, come hai fatto spesso negli ultimi tre anni. 
Hai una sola destinazione, un solo obiettivo: John, casa. Impressionante come suonino bene queste due parole insieme, non è vero? 
Ti ritrovi a pregare che tutto sia come quando l'hai lasciato, di poter ricominciare le cose da dove le hai interrotte. 
Una volta arrivato da lui gli dirai tutto, gli parlerai del piano, di Moriarty, della verità, di questi anni e di come il pensiero di averlo lasciato da solo ti abbia perseguitato. 
Con una sincerità schiacciante, gli dirai quello che non sei mai riuscito a dirgli tempo fa, quello che merita di sapere. E, infine, lo bacerai come sogni di fare da tre anni a questa parte, com'è giusto che sia.
Arrivi al 221 B di Baker Street nel freddo di un Gennaio londinese, alzi il colletto e bussi con le mani tremanti.
La porta che si apre, un respiro soffocato in gola, capelli biondi e profumati, maglione orribile, occhi sbarrati.
Lacrime.
-Sono tornato per te, John.-


Londra brucia- Negramaro

Lentamente, a piccoli passi, lo segui per le mille strade e stradine di Londra. Sembri la scia di un fantasma.
I suoi occhi sono vitrei e stanchi, probabilmente non ti noterebbe neanche se non ti nascondessi più.
E' dimagrito. Usa di nuovo il bastone. Ha la barba di un paio di giorni. Trema un po'. E tu continui a seguirlo, mentre qualcosa ti logora dall'interno verso l'esterno.
Ti odia e ti ama allo stesso tempo, cerca di dimenticare anche se non vuole, vive una non-vita da quel giorno.
All'improvviso, la tua testa esplode, le orecchie fischiano. Stai per avvicinarti, per dirgli di riprendersi, dirgli di lottare e aspettare ancora poco, soltanto un poco.
Ma poi ti volti, lui non c'è più, fantasma solitario in una città non più amica.
Una sola domanda rieccheggia nella tua mente brillante, assillandoti e distruggendoti: Che cosa hai fatto a quest'uomo, Sherlock?


La più grande che ci sia- Dente.

John sorride al mattino presto, notando i riccioli di Sherlock che fanno capolino al suo fianco; li accarezza.
Lo sente stringersi al suo fianco, profumo dolce e agrumato lo avvolge. Profumo di casa.
E' in questi momenti che si rende conto che la sua scelta sia la più giusta, ogni volta, in tutto e per tutto, sempre e per sempre.
Continuerà a fare quella grande cazzata per cui tutti lo guardano come fosse pazzo.
Continuerà a fidarsi di Sherlock Holmes.

The only exception- Paramore

Rotolano tra le lenzuola velocemente, affamati e desiderosi di toccare la pelle dell'altro.
E' una sera d'estate. La sera in cui John capisce la verità. La sera in cui Sherlock apre il suo nascosto cuore.
-Mio padre se ne andò quando ero un bambino,- dice,- Io non capii perché, mia madre restò distrutta. Piangeva tutti i giorni.- Si sitema meglio fra le sue braccia.
-Allora ero troppo piccolo, ma già non mi rendevo conto del perché lei si lasciasse ferire così. Mi ripromisi che per me sarebbe stato diverso. Io sarei stato forte. Tutte queste cose effimere, i sentimenti...non mi hanno mai toccato. Mi guardavano male e non m'importava, non sapevo cosa fosse l'amore né volevo scoprirlo.-
Si blocca. John rabbrividisce inconsapevolmente. Sherlock stringe la presa sul suo fianco.
-Poi ho incontrato te.-
E John inevitabilmente capisce e sorride.  Anche questa, a modo suo, è una dichiarazione.

(21/06/2012)